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Unioncamere del Veneto


 
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CS | La demografia d'impresa in Veneto al 30 settembre 2020. Pozza: "Le imprese in attesa di segnali positivi per il futuro, ma l’ultimo DPCM rischia di innescare un clima negativo e di sfiducia

28 ottobre 2020 | 

COMUNICATO STAMPA | Venezia, 28 ottobre 2020

Dai dati sulla demografia d’impresa relativi al terzo trimestre 2020 ci si poteva attendere una contrazione del numero di imprese, considerato l’impatto Covid sull’economia. Accade invece il contrario: come era già successo tra aprile e giugno (+1.562), tra luglio e settembre lo stock delle sedi di impresa attive in Veneto risale di +552 unità.

Questo aumento degli stock pare più che altro il risultato di una significativa discontinuità nei flussi di iscrizione e cessazione d’impresa, che praticamente risultano sospesi nel III trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono dati che vanno commentati con tutte le prudenze del caso: sono infatti positivi, rispetto a quanto atteso, ma potrebbero anche far presagire scenari inaspettati. Per il Veneto, dopo i più che dimezzati flussi del II trimestre 2020, le iscrizioni totali del III trimestre si riducono del -10,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, mentre le cessazioni flettono del -10,4%. Ne deriva un bilancio demografico apparentemente in positivo, ma del tutto anomalo: una “nati-mortalità” congelata dal lockdown e dalle sue possibili conseguenze. Trarre conclusioni affrettate da queste dinamiche risulterebbe quindi del tutto inopportuno.

Per un’analisi più approfondita e ragionata sul difficile momento che il sistema imprenditoriale veneto sta vivendo, focalizziamo lo studio dei dati della demografia d’impresa rispetto al periodo aprile-settembre 2020: semestre culmine dell’emergenza sanitaria con il conseguente lockdown di molte attività economiche. Complessivamente nel secondo e terzo trimestre 2020 si osserva un vistoso calo dei flussi di iscrizioni (-27,8%) e cessazioni (-27,2%), che va a generare un bilancio della demografia d’impresa del tutto inusuale (+2.114), se lo confrontiamo con quanto solitamente succede nel “regolare” periodo in esame (+3.093 nel semestre tra aprile e settembre 2019).

La dinamica mensile dei flussi di iscrizione e cessazione permette di comprendere meglio l’intensità di questo rallentamento, che al momento sembra essere il vero effetto del lockdown. Il saldo tra natalità e mortalità d’impresa in Veneto si mantiene pressoché positivo per tutte le mensilità del secondo e terzo trimestre 2020 ma è determinato da una consistente riduzione dei flussi.

Nel mese di aprile, come facile immaginare visto che è stato il clou del lockdown, le iscrizioni si riducono del -64% rispetto ai volumi del corrispondente mese dell’anno precedente. Parallelamente le cessazioni diminuiscono del -47%, chiudendo il mese con un saldo di poco negativo (-14 unità).

Nei mesi seguenti sono tuttavia ripartite le iscrizioni, sempre meno che in passato, mentre le cessazioni stentano a riallinearsi sui volumi fisiologici del periodo. Nel mese di maggio 2020 le iscrizioni iniziano a risalire come volume, ma risultano ancora in forte diminuzione (-38,5%) rispetto a maggio 2019. Successivamente la contrazione del flusso si affievolisce: -13,5% per quanto riguarda il confronto giugno 2020 su giugno 2019; -13% a luglio, -19,6% ad agosto per poi appiattirsi al -1,7% a settembre. La dinamica delle cessazioni è ugualmente sottotono: a maggio le chiusure d'impresa risultano quasi dimezzate del -49,3% rispetto al corrispondente mese dell’anno scorso; a giugno del -24%; a luglio del -19,6%; ad agosto del -10,6% e a settembre accusano un leggero aumento del +1,9%.

«Di fatto, nei mesi cruciali del lockdown (aprile-giugno) e immediatamente dopo (luglio-settembre) in Veneto si evidenzia una demografia d’impresa pressoché “congelata” nei numeri, e fa presagire un comportamento attendista delle imprese rispetto allo shock provocato dalla pandemia – commenta il Presidente di Unioncamere del Veneto, Mario Pozza  Questo attendismo rappresenta un equilibrio fragile che rischia di essere rotto dalle ultime scelte del Governo che non solo rischia di far chiudere moltissime imprese del settore ristorazione e del loro indotto, ma lancia un segnale assolutamente negativo e di sfiducia. Si tratta non solo delle specifiche misure destramente penalizzanti per alcuni settori, ma è fattore psicologico che rischia di congelare i consumi e gli investimenti proprio quando è necessario parlare di futuro. Se il sistema delle imprese era in attesa di vedere la luce in fondo al tunnel gli ultimi DPCM rischiano di gettare ombre inquietanti sul futuro e non vi è per l’economia un nemico peggiore della paura”.

Il presidente Pozza poi si sofferma sui dati: “L’asimmetria e la discontinuità dei flussi può far ipotizzare che una parte delle minori cessazioni dipenda da alcuni fattori dissuasivi alla chiusura d’impresa: i vincoli legati alle procedure di scioglimento ove comportino licenziamenti, l’accesso ai sussidi può essere un motivo che induce l’imprenditore a temporeggiare, prima di chiudere, per capire se migliorano le condizioni di mercato. Un segnale probabilmente del diffuso atteggiamento di molti imprenditori in attesa che si chiariscano le prospettive legate anche all’impiego delle risorse del Recovery Fund. Ma la situazione diventa sempre più complicata e allarmante per le esigenze dettate dalla pandemia e per i nuovi provvedimenti governativi e gettano un’ombra sul futuro delle imprese, dell’occupazione e degli investimenti. Oggi più che mai, in un momento così delicato, l’amministrazione pubblica e il sistema camerale devono assistere ed essere al fianco delle imprese».

Anche l’analisi settoriale nel semestre più difficoltoso (aprile-settembre 2020 su stesso periodo dell’anno precedente) evidenzia microdinamiche che non permettono di capire appieno l’effetto dell’emergenza sanitaria sulle imprese. Ad esempio, di fronte ad un settore martoriato dal lockdown come il turismo, non si può che sospendere il giudizio a fronte di aumenti nei saldi di imprese.

Nel semestre aprile-settembre 2020 il comparto più penalizzato sul fronte delle sedi d’impresa risulta il manifatturiero nel suo complesso (-115 unità, perdita del tutto imputabile al solo III trimestre 2020) che guadagnava invece 15 unità nello stesso periodo di un anno fa. Al suo interno si registrano perdite per l’industria della meccanica (-136, in particolare la fabbricazione di prodotti in metallo), del legno-arredo (-55, in rallentamento anche le unità locali) e del sistema moda (-38). Stazionaria l’industria alimentare e delle bevande (-6).

L’adattamento al nuovo scenario determinato dalla “Covid-economy” sta interessando anche il commercio, le cui difficoltà complessive sono attenuate almeno in parte dall’aumento delle imprese (+279 sedi). In scia ad un trend negativo del commercio che dura da trimestri, risulta in crescita il commercio al dettaglio: guadagna 32 sedi rispetto ad aprile-settembre 2019, cui si aggiungono 78 unità locali; mentre il commercio all’ingrosso guadagna +133 sedi. Ma, con tutte le precauzioni del caso, ci si chiede se questo può essere un bilancio attendibile, rispetto alle tante chiusure di negozi che constatiamo nelle nostre città e al calo dei consumi. O invece fa presagire dinamiche ancora non evidenti relative ai nuovi metodi e strategie di consumo e all’e-commerce?

Come prevedibile l’alloggio e ristorazione è l’altro comparto nel quale si possono avvertire segnali di sofferenza. Non è tanto la debolezza della crescita a far notizia (+91 sedi rispetto allo stesso periodo del 2019), quanto la brusca inversione di tendenza rispetto ad un anno fa, quando il settore cresceva di +390 sedi e +428 unità locali su base semestrale. In crescita il settore dell’edilizia le cui sedi d’impresa passano da +260 unità del II e III trimestre 2019 a +447 unità del II e III trimestre 2020, forse stimolato dalle agevolazioni fiscali del “superbonus”. I servizi alle imprese risultano in crescita rispetto allo stock del semestre 2019 (+1.102 sedi d’impresa), ma in leggero rallentamento rispetto a quanto registrato un anno fa (+1.278): lo stallo delle sedi d’impresa interessa le attività professionali, scientifiche e tecniche (+322), le attività di noleggio, agenzie di viaggio ed i servizi di supporto alle imprese (+249) nonché gli altri servizi alle imprese (+575); in rallentamento le sedi d’impresa delle attività di trasporto e magazzinaggio, che perdono -44 sedi nell’analogo confronto di un anno fa. In crescita, e rafforzato rispetto ad un anno fa, il settore dell’agricoltura che guadagna +163 sedi d’impresa contro le +104 della variazione semestrale di aprile-settembre 2019. Infine, si mantengono positive le sedi d’impresa delle attività dei servizi alle persone (+123), crescita minore rispetto a quella registrata l’anno scorso (+315 unità).

Anche per quanto riguarda le imprese attive artigiane, giovanilifemminili straniere a fine settembre 2020 gli stock delle sedi risultano in crescita dal confronto con marzo 2020, ma il saldo positivo è stato molto più contenuto di quello osservato lo scorso anno a causa del consistente ridimensionamento dei flussi. Tra aprile e settembre 2020 si osserva una forte contrazione sia delle iscrizioni (-32% per le artigiane, -26,4% per le giovanili, -31% per le femminili e -37,4% per le straniere) che delle cessazioni (-24,2% per le artigiane, -32,1% per le giovanili, -23,5% per le femminili e -40,8% per le straniere) rispetto allo stesso periodo del 2019.