Questo sito utilizza dei cookie tecnici e di terze parti. Continuando con la navigazione l'utente accetta il loro utilizzo. Ulteriori informazioni

Unioncamere del Veneto


 
Percorso: Homepage / Area stampa / L'emergenza virus COVID-19 e l'impatto sull'industria veneta
04/03/2020
L'emergenza virus COVID-19 e l'impatto sull'industria veneta
file pdf
testo
comunicato

L’EMERGENZA VIRUS COVID-19 E L’IMPATTO SULL’INDUSTRIA VENETA
Pozza: «Alta proiezione del rischio nella manifattura del Veneto per l’epidemia da Coronavirus: il 27% delle imprese indica di aver dovuto sospendere la produzione e l’orizzonte di normalizzazione è lontano. Un’impresa su due è convinta che sia stato generato troppo allarmismo, ma la voglia di guardare avanti resta una forza straordinaria: si pensi che in poco tempo già un 17% delle imprese intervistate (in termini assoluti sono quasi 470) ha fatto ricorso allo smart working».

Venezia, 3 marzo 2020 | Il Centro Studi di Unioncamere del Veneto ha effettuato un’indagine flash[1] per monitorare l’impatto economico dell’epidemia da Coronavirus nelle imprese manifatturiere del Veneto. In una sola settimana sono stati raccolti questionari da oltre 3.000 aziende, cui fa riferimento un’occupazione complessiva superiore a 91.000 addetti. Questo è già un dato in sé, che indica l’attenzione e la preoccupazione delle imprese per questa emergenza. Grazie a questa massiccia e veloce adesione all’indagine, dopo le prime anticipazioni degli scorsi giorni, si è in grado oggi di fornire un’analisi più dettagliata di quanto emerso.

L’indagine è stata suddivisa in due blocchi di domande: da un lato, chiedendo alle aziende se siano state interessate dal blocco delle attività in Cina e nel Sud-Est asiatico; dall’altro se la loro attività economica stia risentendo della diffusione del contagio in Italia, in particolare per effetto delle misure contenitive adottate.

Con riferimento al blocco delle attività in Cina, risulta che il 21% delle imprese manifatturiere intervistate finora (1 su 5) è già stata interessata in qualche modo dal blocco delle attività in Cina e/o nel Sud-Est asiatico per effetto del “Coronavirus”. Questa quota si porta al 33% per le imprese con oltre 50 addetti. Nel settore delle macchine elettriche ed elettroniche la quota delle imprese interessate dal blocco attività in Cina supera il 35%; a seguire il tessile abbigliamento e calzature (33,4%) e l’industria dei macchinari industriali (27%). A livello provinciale non emergono forti differenze.

L’impatto negativo si manifesta in prevalenza sul fronte degli approvvigionamenti con risultati che assumono questa polarizzazione: un terzo delle imprese segnala al momento una contenuta contrazione degli acquisti da Cina e Sud-Est asiatico (entro il -10%); all’opposto, un altro 27% di imprese evidenzia flessioni degli approvvigionamenti anche superiori al 20%. Per quasi 1 azienda su 2 (46%) questa situazione perdurerà almeno fino a giugno 2020. Un 26% delle aziende è più pessimista perché guarda a un orizzonte di normalizzazione che troverà tregua solo entro il 2020.

Al momento risulta limitato il compensamento degli acquisti da altri mercati: solo il 18% delle imprese che dichiara un calo degli approvvigionamenti afferma di aver provveduto a diversificare i canali di approvvigionamento, anche a causa di peggiori condizioni di acquisto.

In questo scenario si evidenzia anche uno sparuto 3,9% delle imprese intervistate (in termini assoluti sono 112 imprese) che da quando è scoppiata l’emergenza “Coronavirus” dichiara di aver registrato un aumento degli ordini che sono direttamente collegabili a richieste di aziende che prima lavoravano con il mercato cinese e/o con il Sud-Est asiatico. I settori più interessati dalla crescita degli ordini risultano l’industria dei metalli, le macchine elettriche ed elettroniche e l’occhialeria.

La proiezione del rischio oltre che sugli approvvigionamenti si manifesta anche sul fronte del calo delle vendite, colpendo in particolare il tessile abbigliamento e calzaturiero, e l’industria delle macchine elettriche e dei macchinari industriali. Per il 29% delle imprese che dichiarano il calo delle vendite al momento la flessione è contenuta entro il -10%; per il 27% la flessione è tra il -10 e il -30%, per il 16% è oltre il -30%. A differenza degli approvvigionamenti, l’orizzonte di normalità per le imprese colpite dal calo delle vendite è più lungo: il 39% di queste imprese dichiara che l’anno è perso e si arriverà alla stabilizzazione a fine 2020.

Facile immaginare l’impatto a cascata lungo le filiere di queste difficoltà, verso i terzisti e i clienti a valle. Una situazione che già emerge in modo chiaro dai dati raccolti. E che si somma agli effetti interni provocati dalle misure adottate per il contenimento del contagio.

Infatti, alla domanda se le aziende stiamo subendo conseguenze negative per effetto della diffusione del contagio in Italia, abbiamo ottenuto che il 60% delle imprese manifatturiere venete è già interessata da una riduzione della produzione. L’impatto è trasversale su tutte le classi dimensionali, dalla micro alla grande impresa. L’incidenza sale al 75% per il settore moda e al 71,5% per il comparto carta e stampa. Quasi un’azienda su due che evidenza riduzione della produzione (46%) appartiene al comparto imprese metalmeccanico.

Ma un dato è ancor più allarmante: il 27% delle imprese indica addirittura di aver dovuto sospendere la produzione. Sono 759 imprese, cui si associano oltre 27.000 addetti (che rappresentano il 30% dell’occupazione del campione). Un po’ più interessata dal blocco delle attività è la piccola impresa con meno di 15 addetti. Sono in prevalenza aziende operanti nel comparto tessile abbigliamento e calzature e nelle macchine elettriche ed elettroniche, nelle province di Padova, Treviso e Vicenza.

Forte anche l’impatto su ordini e vendite: il 65% delle imprese intervistate ne evidenzia un calo.

Sono cifre che mettono in evidenza come ormai si assista ad un effetto combinato di fattori: non solo la propagazione lungo la filiera delle criticità negli approvvigionamenti dalla Cina, ma effetti più direttamente collegabili alle misure di contenimento del contagio adottate in Italia. Imprese che non hanno ordini a causa della caduta delle attività turistiche e dei pubblici esercizi, dei negozi vuoti, delle disdette che danno i clienti esteri o tecnici addetti alle installazioni/manutenzioni o collaudi di macchinari. Fiere o viaggi di lavoro all’estero che saltano. Problemi nelle spedizioni e nelle consegne (con anche segnalazioni di aumenti impropri dei costi).

Alcuni di questi fenomeni sono stati oggetto di misura anche attraverso la nostra indagine: 1 impresa su 2 segnala la sospensione dei viaggi di lavoro all’estero, fenomeno particolarmente accentuato per l’industria dei macchinari. Il 56% delle aziende segnala l’annullamento della partecipazione a fiere, percentuale che sale a ben il 75% per le imprese con oltre 50 addetti. La mancata partecipazione fieristica riguarda l’intero comparto dell’occhialeria, a causa della posticipazione della nota Mostra Internazionale di Ottica a Milano, e anche per il comparto orafo e agroalimentare la quota interessata è più elevata del dato medio, provocando l’annullamento di numerose opportunità di incontro di business.

«Siamo preoccupati di questa paralisi – sottolinea il Presidente di Unioncamere del Veneto Mario Pozza perché tutto questo insieme di cose sta generando tensioni anche sul piano finanziario, in termini di ritardi nelle fatturazioni e negli incassi. Non possiamo permetterci che si fermino per l’epidemia tre regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna che da sole incidono per oltre il 40,5% del Pil italiano con quasi 1,6 milioni di imprese coinvolte. Certo – ci tiene a precisare Pozza – comprendo quanto sia difficile in questa fase conciliare le questioni di sanità pubblica con le questioni economiche. Però quello che ha dato fastidio alle imprese, come emerge chiaramente dall’indagine, è l’eccesso di allarmismo, forse più della stampa che delle istituzioni: il 53% delle imprese intervistate è di questo parere, cui si affianca 1/3 di imprese che comunque ritiene che l’emergenza sia stata affrontata con misure congrue. C’è voglia di reagire, di non fermarsi – conclude Pozza – lo si capisce anche dal seguente dato: in poco tempo già un 17% delle imprese intervistate (in termini assoluti sono 469) ha fatto ricorso allo smart working per favorire il lavoro da casa dei dipendenti: sia per ridurre le situazioni di esposizione a possibile contagio, sia considerando chi aveva i figli a casa per la chiusura delle scuole. È una manifestazione di resilienza davvero importante. Ma ora tutte le istituzioni devono fare la loro parte per ridurre i danni».



[1] L’indagine è stata condotta dalla società Demetra opinioni.net S.r.l. di Venezia con tecnica di rilevazione mixed-mode tra il 25 febbraio e il 2 marzo 2020.